giovedì 16 luglio 2009

L’inquietudine della scelta

Cari Amici di Love My Job!
Qualcuno intorno a me è in un momento delicato. Deve fare delle scelte (e visto l’argomento che ci tiene uniti in questo blog sono scelte … di lavoro). Dopo tanti colloqui, dopo tanto cercare, dopo quelle interminabili settimane tra un colloquio e l’altro quando sembra che tutto sia fermo, dopo tutte quelle volte che “ce l’ho fatta” e poi arriva la terribile lettera (o per stare al passo con i tempi, la mail) “siamo spiacenti ……” ecco che … arrivano contemporaneamente due offerte!
Vi sarete sicuramente trovati anche voi in questa situazione (e meno male, perche la possibilità di scegliere non viene data esattamente a tutti – quindi o siete fortunati o siete bravi, e secondo me siete bravi [d’altronde seguite Love My Job!]).
Che fare? Beh scegliere la migliore!
Si … ma la migliore in base a cosa? E soprattutto la migliore di oggi è quella vincente sul lungo periodo?
Che cosa si fa? Non abbiamo la sfera di cristallo in cui scrutare e cercare consiglio.
Si ascoltano gli amici, certo.
Si guarda al contesto. Si soppesano i dati economici. Si valutano le esperienze analoghe fatte da persone che rappresentano per noi dei punti di riferimento.
Ma alla fine si scegli da soli.
Un vecchio motto voleva che “i capitani di marina mangiano da soli” in quanto nel momento “dell’estrema decisione” sarebbero stati soli e di conseguenza quel pranzare senza compagni era, in qualche modo, un esercizio delle loro responsabilità.
Ad un amico consiglierei di guardare lontano. Non fermarsi all’oggi. Non valutare solo questo preciso momento, ma provare a comprendere le opportunità future.
La Brand? Certo un nome importante può essere un vantaggio. Il team di lavoro è fondamentale (sono persone conosciute? Apprezzate? Stimate?) .
I temi di cui ci si occuperà sono mera routine o incideranno sul futuro dell’organizzazione? Sono previsti dei cambi radicali, innovazioni, nuovi progetti o si aspettano tempi di mantenimento e staticità?
Ed il fattore economico? Certo incide (deve incidere), ma dal mio punto vista non è (e non deve essere) il più importante.
La logistica? La mia prima esperienza di lavoro è stata a due passi dal Duomo di Milano. Tutte le mattine attraversavo la Galleria, passavo davanti alla Scala ed andavo in ufficio. Non c’è che dire. Non male. Ma le esperienze che ho gustato di più … sono state quelle decisamente fuori dal centro città! Certe nebbie in provincia di Lodi … (e dire che sono un fautore del cosiddetto Worklifebalance – solo che non ho ancora capito da che parte sta il balance).
L’esperienza è solo italiana o avrà/potrà avere opportunità internazionali?
In sintesi: scegliere è sempre un gran …………
Cosa dire al mio amico e a tutti gli amici? Prendo in prestito le parole che disse una volta l’ex Maestro Generale dell’Ordine Domenicano, p. Timothy Radcliffe: “Ad un giovane […] chiederei di desiderare con passione … E vorrei anche che fosse curioso, inquieto, che sapesse provare meraviglia, che si chiedesse sempre il perché delle cose, senza accontentarsi di risposte facili”.
Bene, al mio amico io auguro tutta l’inquietudine possibile della scelta. Perché attraverso l’inquietudine saprà scegliere la strada migliore.
A tutti coloro che stanno scegliendo, i migliori auguri!
Eugenio Pelitti

martedì 14 luglio 2009

Carpe Colloquim

Oggi mi allontano un po’ dal consueto appuntamento con il colloquio per parlarvi una tantum di un importante passo che lo precede: il primo contatto telefonico per la convocazione a colloquio. Con un pizzico di fortuna, siete contattati da un’azienda interessante che vi offre una posizione altrettanto interessante: ovviamente, in questo caso, non sussiste alcun problema e accettate l’incontro per il colloquio senza alcuna difficoltà. Purtroppo però a volte l’occasione non è così ghiotta e capita di chiedersi se valga la pena accettare la proposta. Vorrei quindi distinguere diversi casi e cercare di dare alcuni consigli. Caso n.1: l’azienda che vi ha chiamati non vi attira. Magari è per l’immagine che comunica all’esterno; oppure per le dimensioni; oppure per il settore merceologico in cui opera; oppure semplicemente perché ha sede nel paesino più sperduto della Pianura Padana, avvolto nella nebbia 365 giorni all’anno. Il mio consiglio è: andate al colloquio! Forse non sarete entusiasti, ma tenete presente che non siete obbligati ad accettare nessuna offerta. Intanto però farete un’esperienza di colloquio (tanto per tenervi allenati nell’autopresentazione, nelle modalità comunicative e nella conoscenza delle possibili domande) e, in più, avrete l’opportunità di conoscere da vicino un’azienda nuova (potrete approfondire la conoscenza che ne avete dal sito web o dal passaparola, osservare l’ambiente di lavoro, porre domande al selezionatore in merito all’organizzazione aziendale, ai valori, ecc.). E poi chissà… Magari scoprite che non è così male! Caso n.2: la posizione per cui vi hanno convocati non vi interessa. Il mio consiglio in questo caso è: valutare se andare al colloquio. Direi che se l’ambito di interesse è consono alle vostre competenze e sono solo le mansioni a crearvi dei dubbi, andate: come vi ho già spiegato, spesso si viene convocati per un ruolo e poi si scopre che in realtà sono comprese anche altre mansioni di cui non vi avevano accennato. Altrimenti, se ad esempio vi convocano per una posizione in finanza, mentre il vostro interesse e strettamente legato al marketing, mi sento di consigliarvi di essere trasparenti e far presente che il vostro interesse è per un’altra area (in modo cordiale, mi raccomando!!). Aggiungete però che, nel caso l’azienda fosse comunque interessata ad incontrarvi, voi sareste molto lieti di conoscerla! Ci sono aziende, infatti, che convocano anche per colloqui conoscitivi oppure in previsione di posizioni non ancora rese pubbliche; in questo modo non perderete importanti occasioni. Caso n. 3: vi convocano per un colloquio conoscitivo. Magari al momento avete già un’occupazione e vi trovate bene: vi chiedete quindi se è il caso di spendere energie e magari anche soldi per un colloquio conoscitivo. Il mio consiglio anche in questo caso è: andate al colloquio! Oltre all’opportunità di conoscere l’azienda e fare “pratica” di colloqui, è importante per “creare nuove occasioni”. Mi spiego. Purtroppo anche nel lavoro non va sempre tutto bene: una situazione stabile può diventare instabile, un buon clima può diventare pessimo, un ruolo può diventarvi stretto col tempo. Fare colloqui conoscitivi serve appunto per farvi conoscere e creare contatti, in modo che, il giorno che vorrete cambiare lavoro, avrete già presente delle valide alternative. Anche in questo caso ricordatevi che non siete vincolati ad accettare nessuna proposta! Vi VIETO espressamente risposte come “No guardi, io ho già trovato uno stage”: dimostra poca curiosità, poca lungimiranza per il proprio futuro e poco slancio per migliorare la propria situazione lavorativa. E anche alcune risposte quali “Eh, ma io lavoro e non posso prendermi un permesso”: si può sempre trovare un compromesso. Innanzitutto nessuno è indispensabile: l’azienda farà a meno di voi per il tempo di un colloquio senza per forza andare in fallimento! E se il capo fa storie per il permesso, gli ricordate che non ne state approfittando, ma che vi spingono importanti motivazioni. Un paio di consigli pratici: chiedete sempre di mandarvi un’e-mail con i dettagli del colloquio, per avere un riscontro scritto di data e ora; segnatevi invece durante la conversazione il nome della persona con cui state parlando, nel caso ci fossero problemi e dobbiate ricontattarla. Il messaggio che vorrei trasmettere è molto vicino ad un carpe diem. Ogni convocazione è un’opportunità che siete chiamati a cogliere. Il lavoro, le aziende, le persone, come tutto ciò che accade nella vita… sono imprevedibili: non potete sapere che cosa si concretizzerà. L’importante è non farsi frenare dai pregiudizi lasciandosi sfuggire delle opportunità, ma gettare sempre le basi per nuove esperienze, comportandosi in modo intelligente e cortese. Perché da ogni piccola cosa può nascere una nuova collaborazione. Tentar non nuoce! Alice

lunedì 6 luglio 2009

A colloquio con Chris Gardner (“Alla ricerca della felicità”)

Eccomi a commentare un colloquio davvero famoso. Il protagonista del film “Alla ricerca della felicità”, Chris Gardner, dopo aver colpito un broker di successo grazie alla sua determinazione e alle sue abilità cognitive (nella famosa scena in cui risolve il cubo di Rubik), viene da lui convocato a colloquio in azienda. La sera prima, però, mentre imbianca l’appartamento, Chris viene arrestato per morosità di multe in arretrato e al mattino non ha la possibilità di cambiarsi d’abito. http://www.youtube.com/watch?v=yZsL9mGkMHE Veniamo quindi ad alcuni commenti, scena per scena. - Chris attraversa l’ufficio per andare nella sala colloqui. In quel momento lui vede esattamente come lavora un broker in quell’azienda: un colloquio è un’ottima occasione per conoscere un’azienda da vicino, scoprendone la cultura, i valori e il clima aziendale. - Chris stringe la mano ai selezionatori. A tutti stringe la mano e su tutti durante il colloquio dosa bene lo sguardo. Molto positivo: è importante saper coinvolgere l’intera audience mentre si parla. - “Ho cercato di trovare una storia per giustificare… La verità è che…”. Chris non inventa esperienze o abilità fittizie che possano persuadere i selezionatori della sua idoneità, ma si mostra con trasparenza, aprendosi con fiducia agli interlocutori. Certo, durante il colloquio non rinuncia promuovere se stesso, ma lo fa attenendosi alle sue reali capacità e mostra così la sua affidabilità. - “E’ asciutto adesso?”. Alla domanda canzonatoria, Chris risponde sorridendo. In una situazione di così alta tensione, chiunque avrebbe potuto reagire male alla provocazione. Invece il suo atteggiamento positivo dimostra ottime abilità relazionali: apertura mentale, socievolezza e resistenza allo stress. Chris ragionevolmente sarà capace di mantenere un buon clima con i colleghi anche nelle situazioni di tensione sul lavoro. - “Ha già iniziato a studiare?”. Chris risponde di sì, ma chi ha visto il film sa che non è vero. Qui dimostra motivazione ad apprendere, ma se gli avessero fatto una domanda tecnica sul mestiere, come “prova del nove”? Il mio consiglio è di non avventurarsi mai in affermazioni non vere, perché c’è sempre un modo per indagarle e in quel caso il ritorno è devastante. Ancora una volta, trasparenza! - “J. dice che lei è molto determinato”. E’ una sorta di controllo delle referenze. Un po’ come quando ve le chiedono nel CV. Per un selezionatore sono importanti per verificare il vostro comportamento nel lavoro reale, al di fuori del setting studiato del colloquio. - Il riferimento al “primo della classe”: se il riferimento è relativo come in questo caso, non scrivetelo sul CV: evitate le brutte figure. Scrivete tenendo presente che tutto può essere poi verificato a colloquio e che quindi tutto deve essere dimostrabile. - “Sono il tipo di persona che…”. Con questa incisiva autopresentazione, Chris mostra in modo molto carismatico le sue principali caratteristiche personali: trasparenza, problem solving, determinazione e orientamento al risultato. Le ritrovate anche voi analizzando il suo discorso? - “Magari indossava un bel paio di pantaloni”. La risposta denota di nuovo quella socievolezza di cui ho accennato sopra e, in più, costituisce a mio avviso una modalità creativa e rispettosa per dimostrare la propria capacità di dominanza. Con rispetto e restando alle regole del gioco del selezionatore, Chris dimostra di tenergli testa. - “Le faccio sapere”. Chris non può permettersi uno stage non retribuito, ma chi ha visto il film sa che accetterà comunque. Una bella lezione di motivazione! Come riflessione finale, vorrei precisare che il successo di Chris non è dovuto al fatto che questa modalità comunicativa sia SEMPRE quella vincente. Chris ha certamente qualità positive in assoluto (per esempio, la determinazione); tuttavia il suo approccio è molto azzardato: non ha un’immagine curata, non ha un curriculum d’eccellenza alle spalle, ha qualche carenza grammaticale nell’esposizione, quasi interrompe il selezionatore per il suo discorso “Sono il tipo di persone che…”, ecc. Ancora una volta, quindi, vi riconduco all’importanza della posizione. Provate a pensare al ruolo commerciale del broker: quali sono i requisiti fondamentali della figura? Quelli che abbiamo commentato sopra: carisma, socievolezza e doti comunicative per instaurare/mantenere la relazione col cliente; trasparenza per ispirargli fiducia; dominanza per tener testa all’investitore arrabbiato o aggressivo; determinazione e orientamento al risultato per raggiungere gli obiettivi di vendita; resistenza allo stress per lavorare in un ambiente come quello che avete visto nella prima scena. Insomma, dal colloquio di Chris sono emerse tutte le caratteristiche necessarie alla posizione: ecco la chiave del successo. Provate a pensare ad altri ruoli: tutta quella dominanza e tutta quella socievolezza, così positive per questo ruolo, non rischiano invece di diventare eccessive? Concludo questa volta rivolgendomi ai selezionatori che ci stanno leggendo: i recruiter del film ci mostrano due grossi errori che vorrei si tenessero sempre presenti, per evitarli in selezione. Il primo: far trasparire la valutazione dopo la risposta del candidato. Mi riferisco all’espressione del selezionatore dopo la domanda sul “primo della classe”: il candidato percepisce immediatamente la propria non-idoneità ai requisiti richiesti. Il secondo: il ridere di gusto del selezionatore dopo la risposta “Magari indossava un bel paio di pantaloni” è un campanello d’allarme per una mancanza di obiettività nella valutazione del profilo, come in una sorta di “effetto alone” (http://en.wikipedia.org/wiki/Halo_effect). Quella risposta geniale è talmente incisiva che potrebbe cancellare tutti gli “scivoloni” fatti da Chris durante il colloquio. In questo caso Chris ha tutte le carte in regola per la posizione, ma non sempre è così: attenzione quindi a rivedere l’intero profilo con obiettività! PS. Lo sapete che nel libro autobiografico di Chris Gardner la scena è molto diversa? Rimando a un prossimo post i commenti su questo diverso colloquio :-)
Alice

venerdì 3 luglio 2009

Is man a social .. networker .. animal?

Non ve ne eravate resi conto? L’uomo è passato dall’essere un comune animale social ad un ben più evoluto animale social networker. La causa di questa trasformazione è semplice: alcuni precoci visionari della programmazione HTML hanno dato all’umanità intera (niente fa più globalizzazione di Facebook!) la possibilità di connettersi tramite reti virtuali di potenza pressoché infinita. Oramai è dimostrato: siamo potenzialmente connessi ad ogni individuo presente sulla faccia della Terra attraverso 6 passaggi al massimo.
Proliferano i social network, ma con quali conseguenze? Semplice: le reti di contatti sono arrivate a poter influenzare innumerevoli e fino a ieri impensabili aspetti della nostra vita. Se ci riflettiamo bene, possiamo annoverare i social network tra le fonti delle notizie più disparate: confesso di aver appreso della morte di Michael Jackson leggendo gli status dei miei contatti Facebook; e Twitter? Sembra sia diventato il modo più facile di inviare comunicazioni al mondo dall’Iran devastato dalla violenza, con tutte le manipolazioni del caso.
Abbiamo già parlato dell’impatto dei social network sul recruiting, focalizzandoci sulle potenzialità di LinkedIn (http://thelovemyjobblog.blogspot.com/2009/06/la-presenza-sul-web-puo-influenzare-la.html): uno strumento efficace per curare il proprio network online e mettersi in vetrina per future opportunità lavorative. Oggi però vogliamo occuparci d’altro, provando a comprendere l’impatto dei social network sulle organizzazioni.
Sappiamo che ogni network si concretizza in (ed è rafforzato da) uno scambio di informazioni tra i contatti. Ben prima dell’arrivo dei social network di ultima generazione, era stata la posta elettronica a rivoluzionare la comunicazione tra reti in termini di efficienza, velocità e riservatezza. Oggi questo strumento non solo è ancora saldamente l’alfiere della comunicazione aziendale, ma sta diventando oggetto di studio alla pari dei canali più innovativi che citavamo prima. Questo primo dato dovrebbe farci riflettere.
Ma approfondiamo: cito uno studio pubblicato su New Scientist (autori: Collingsworth/Menezes) e riportato da Corriere.it (http://www.corriere.it/cronache/09_giugno_23/azienda_crisi_email_mastrolonardo_7e61ad54-5fe8-11de-bd53-00144f02aabc.shtml). Nelle settimane precedenti il fallimento di Enron, il flusso di e-mail all’interno dei network aziendali era completamente cambiato, assumendo caratteristiche molto particolari. I ricercatori hanno notato come le persone fossero arrivate a comunicare esclusivamente tra “cricche”, ovvero network composti da poche persone e chiusi verso l’esterno; la mancata condivisione di informazioni vitali tra network aziendali è stata considerata come un vero e proprio sintomo dell’imminente disfatta del colosso del trading energetico.
Pur avendo a disposizione potentissimi strumenti di network intra ed extra aziendali, nei momenti di massima criticità sono le piccole cricche a dominare la scena organizzativa. Le logiche del pettegolezzo, dei riti quasi “tribali”, dei simboli e dei miti aziendali sono ancora elementi troppo difficili da sradicare dalla nostra cultura. Che rimanga tra noi..
Ma allora? Il networking mediato dalla tecnologia impatta davvero sulla vita organizzativa? E’ certo che il tema è hot; sappiamo che le aziende si stanno dotando di professionalità sempre più legate al Web 2.0; ma nei momenti decisivi, sembriamo reagire esattamente come avremmo fatto 30 anni fa, quando le prime e-mail arrancavano nei cavi di rame per raggiungere gli schermi dei nostri PC.
E voi cosa ne pensate? Enjoy!
Os

mercoledì 1 luglio 2009

Gestire i propri atteggiamenti: una risposta allo stress... e a tanto altro!

Sicuramente conoscete qualcuno che è solito dire: "io sono fatto così, mi stresso facilmente", oppure qualcosa del tipo "quando succedono queste cose io mi deprimo..non posso farci niente".
Ognuno di noi reagisce al mondo esterno in modo diverso.. è il nostro carattere, un insieme di caratteristiche innate e di esperienza di vita (cultura, insegnamenti, contesto familiare..) che ci rende unici e, purtroppo, a volte anche "schiavi" di noi stessi.
Stanchezza, nervosismo, tristezza, ansia, sono solo alcuni dei nostri stati d'animo interiori che esterniamo tramite i nostri atteggiamenti, ovvero gesti, posture, pensieri, sguardi e comportamenti. Pensateci bene..una persona depressa tende ad avere un viso triste, le spalle abbassate e probabilmente una serie di pensieri pessimisti; una persona stressata tende a mostrarsi stanca, disorganizzata e di solito molto ansiosa. Come vedete, i nostri atteggiamenti esprimono esattamente quello che sentiamo dentro.
Secondo alcuni esperti di comportamento organizzativo e coaching (http://www.linkedin.com/in/tomasbay ; www.tonyrobbins.com/Home/Home.aspx) questa relazione tra attitudine e stati d'animo non è univoca, in parole povere non è solo lo stato d'animo ad influenzare l'atteggiamento ma anche il contrario!
Quello che ci stiamo dicendo è semplice e il miglior modo per capirlo è sperimentarlo:
Provate a sorridere per qualche minuto.
Ora descrivete quello che provate... avete ancora voglia di sorridere vero? Probabilmente vi sentite anche più sereni.. possibile?
Ebbene si, quando utilizziamo i muscoli del viso per sorridere il nostro cervello collega il nostro atteggiamento allo stato d'animo positivo a cui di solito è associato ed è stimolato a comportarsi di conseguenza.
Stessa cosa accade se provate a tenere le spalle diritte e camminare a testa alta dopo che qualcosa è andato storto e siete un po' depressi... vi riprenderete molto prima (e soprattutto non vi sentirete chiedere da 20 persone "cosa c'è che non va").
L'esercizio appena svolto è solo una parte del cosiddetto TRIAD model concepito dal famoso coach motivazionale Antony Robbins (www.tonyrobbins.com/Home/Home.aspx). Il TRIAD si basa sulla considerazione che gli esseri umani sono capaci di alterare i propri atteggiamenti utilizzando 3 modalità differenti. La prima è quella Fisiologica, che abbiamo appena appreso, la seconda è quella del Focus e la terza quella del Linguaggio/significato.
Il Tai Chi, lo Yoga e perché no, anche il golf sono tutte discipline che agiscono sulla postura, l'utilizzo del corpo e la respirazione, indirizzando il nostro cervello verso stati d'animo legati alla calma, la serenità e la stabilità interiore.
Altre attività come scrivere, ascoltare musica, leggere, possono, invece, essere ricondotte alla modalità del Focus, cioè la concentrazione su un'attività specifica che il nostro cervello associa a stati d'animo positivi. Di solito si tratta di attività semplici che non richiedono un forte dispendio di energie psichiche e che sono facilmente praticabili. Diventare miliardari in un'ora è una bella attività...ma vi assicuro che provandoci ne uscirete ancora più depressi... meglio puntare su qualcosa di fattibile!
Il "pensare positivo" invece rientra nella terza modalità, Linguaggio/significato. Ciò che ci accade attorno non è mai solo bianco o nero, vedere le cose da una prospettiva diversa aiuta il nostro cervello ad attivarsi ed uscire dalla schiavitù di un particolare stato d'animo in cui ci ritroviamo. Ovviamente questo non vuol dire che bisogna sempre essere ottimisti, ma semplicemente cercare sempre una o più alternative o spiegazioni possibili... e nel peggiore dei casi, quando non c'è nulla da fare, la parola chiave è LIFE GOES ON... lasciate cadere il masso nell'acqua e continuate a remare! Oltre al pensare positivo, fa molta differenza anche il "comunicare positivo", a se stessi e agli altri. Dire "non è andata benissimo, la prossima volta sarà perfetto" ha sicuramente un impatto emotivo migliore risposta a dire "è andata male, non voglio pensare a come andrà la prossima volta", non credete?
Bene! Allora sorriso smagliante e spalle diritte; obiettivi chiari e pensiero positivo... ecco le basi per affrontare lo stress e le altre situazioni negative nel migliore dei modi!
Fateci sapere se il TRIAD model funziona davvero!
Nell'attesa... Enjoy it!
GiuS

lunedì 29 giugno 2009

A colloquio con Peter Griffin …ovvero tutto ciò che si deve sapere sulla domanda “Dove si vede fra cinque anni?”

Ebbene sì. Come primo commento a una scena di colloquio, ho scelto la serie animata poco politically correct “I Griffin - Family Guy”: vedrete che questa scena costituisce uno spunto davvero interessante! Infatti, dopo esserci fatti quattro risate alla risposta di Peter Griffin, possiamo considerare seriamente la domanda posta dal selezionatore: “Where do you see yourself in five years?”.
Quante volte ho sentito persone lamentarsi perché a tutti i colloqui devono rispondere a questa domanda… Penso che nello sketch sia ripresa proprio come stereotipo del classico colloquio, quasi a voler scimmiottare i selezionatori, accusati spesso di poca fantasia. In realtà – vi posso assicurare – è una domanda di fondamentale importanza.
Vi illustro in breve cosa permette di indagare.Il quesito approfondisce l’analisi di quella che può essere definita "l'area realizzativa” del candidato, che comprende le capacità di raggiungimento degli obiettivi, di organizzazione e di orientamento professionale. In particolare, si cerca di far emergere quanto segue.
1- La chiarezza degli obiettivi. Saper rispondere in modo preciso alla domanda dimostra il grado di maturità del candidato: avere obiettivi chiari è sintomo di auto-consapevolezza e determinazione.
2- Le capacità organizzative. L’essere in grado cioè di creare e intraprendere un percorso coerente, che porterà al raggiungimento delle proprie aspettative. Questo – capite bene – impatta anche sulle capacità cognitive della persona; in particolare, sull’abilità di tracciare nessi logici e agire secondo una visione d’assieme.
3- L’energia e l’intraprendenza. Dalla visione del proprio futuro professionale a cinque anni di distanza si può dedurre il grado di iniziativa che la persona impiega in ambito lavorativo.
4- Il modo di porsi rispetto al futuro. Com’è la visione del proprio futuro? Logica e razionale, ancorata alla realtà? Oppure di fantasia? Ottimistica o scettica? Consiglio: evitare comunque atteggiamenti troppo disfattisti: nessuno vorrebbe inserire una persona che si arrende già in partenza!
Date le caratteristiche del candidato, si valuta quindi se quanto emerso risulta coerente con gli sviluppi che la posizione può offrire. Ancora una volta, quindi, non esiste una risposta giusta e una sbagliata: dipende dalla posizione. Esistono ruoli adatti a chi vuole crescere verticalmente, altri per chi vuole cambiare mansioni orizzontalmente, altri per chi vuole specializzarsi diventando un esperto in una disciplina, altri ancora per chi vuole semplicemente una stabilità lavorativa, ecc.
Come mai si dice “cinque anni”? Come mai a volte sono “tre”? Beh, il fatto che siano sempre cifre dispari non me lo spiego neanch’io… Tendenze ossessivo-compulsive da sindrome del selezionatore, forse ;-) Scherzi a parte, in realtà si vuole solo dare un orizzonte temporale ben definito, favorendo così un’analisi delle capacità organizzative della persona. C’è differenza infatti tra quello che si può fare in tre anni o in cinque. E una persona con buone capacità cognitive dovrebbe essere in grado di capirlo, rispondendo quindi in modo coerente. A volte, infatti, si combinano addirittura i due orizzonti temporali: es. “Dove si vede tra tre anni?” – segue la risposta del candidato – segue ancora la domanda “E tra cinque?”.
In conclusione, data l’importanza del quesito, consiglio sempre, prima di un colloquio, di ragionare sulla risposta che volete dare: a parte non farvi cogliere impreparati, vi aiuterà anche a far ordine nelle vostre aspettative, a riflettere su cosa volete davvero diventare, a capire se vi siete candidati a un ruolo che vi piacerebbe davvero svolgere. Vi invito a pensarci per ogni colloquio perché è possibile che le vostre aspettative cambino, anche dopo poco tempo, in base alle esperienze che state vivendo.
Ah, dopo tutto questo, una raccomandazione agli appassionati de “I Griffin”: non è il caso di rispondere “Tra cinque anni avrò conquistato il mondo” alla Stewie…
Alice

venerdì 26 giugno 2009

Chi chiude, non può essere colui che riapre

Una fresca primavera I raggi del sole come ogni mattina primaverile si facevano strada tra i palazzi per raggiungere, in fondo allo stretto vicolo, i vetri azzurati di uno dei più grandi grattacieli di Milano. Maestoso ed austero, come vuole la tradizione milanese, ma eppure appena percepibile. Nascosto. Dagli inizi degli anni sessanta era la sede di una delle più importanti multinazionali presenti in Italia. Il caffè preso sulla terrazza del 18° piano era particolarmente dolce. La catena del Rosa era luccicante come non ricordavo di averla mai vista. Il sole appena tiepido illuminava la grande sala riunioni allestita per l’occasione. Tutti i dipendenti erano stati chiamati a raccolta dalla Direzione del Personale con un laconico messaggio di posta elettronica inviato a notte inoltrata la sera prima. “Gentili Colleghi, la Direzione desidera invitarvi domani mattina ore 10.00 per comunicazioni sull’organizzazione”. Il messaggio l’avevo inviato io. In ascensore e nel breve tragitto che dal piano della direzione portava alla sala riunioni l’atmosfera era strana. Un misto di paura, tensione, sconforto. E una preoccupante allegria innaturale. Accompagnavo il mio capo. Il Direttore Centrale del Personale. Il corridoio stretto e lungo, quella mattina fu lunghissimo. La sala era allestita nella classica disposizione a teatro. Stranamente tutti erano in perfetto orario; quasi si percepisse che qualcosa stava per accadere. Da quel giorno veramente nulla è stato più come prima; qualcosa si è spezzato e non è stato più ricomposto. Un silenzio artificiale permeava la grande sala. Rotto solo dallo spostarsi nervoso delle sedie del Direttore del Personale e Finanziario, che si accingevano a prendere parola. Non era mai successo che prendessero parola insieme. “Colleghi dobbiamo dare informazione…….che… la società ha deciso…….ristrutturazione…sapete……i mercati…..outsourcing verso l’Europa dell’est e l’India per….. i servizi finanziari, l’informatica e le risorse umane”. Il silenzio è totale. Solo qualche rumore che viene dalla strada fa da sfondo. L’attenzione è massima. Qualche mano si muove nervosamente in cerca di un appiglio che non troverà. “Capiamo lo sconforto…anche noi…..non abbiamo dormito…..i risultati di business…..ecco…poi la casamadre vuole una organizzazione più veloce…..ne consegue…” Più che altro incredulità. Ci si guarda. …..troppe sedi….Milano…la sede storica…..chiude…mobilità..forse la cassa…..la società si trasferisce nella capitale. Niente altro. Qualche lacrima. Ma soprattutto incredulità. L’estate è strana La sequela di incontri con i dipendenti e le organizzazioni sindacali è stata lunghissima. E poi sono iniziate le dimissioni. In tutte le aree dell’organizzazione e a tutti i livelli. In tutta Europa. Il tournover era sempre stato a livello fisiologico di mercato; ora quel mercato lo stavamo inondando di risorse. Nel frattempo il clima nei corridoi era altalenante, sfiducia, sconforto, tristezza, speranza, ancora sfiducia. La sala caffè ora stracolma, ora desolata. La grande mensa prima chiassosa, ora pensierosa. I primi articoli apparsi sulla stampa venivano riprodotti ed affissi nelle bacheche poste su tutti i piani. Via via che il tempo trascorreva le occasioni di incontro ufficiale (uno degli “asset” sempre ritenuti fondamentali dalla cultura dell’azienda per il coinvolgimento) venivano posticipate e poi definitivamente annullate. Qualche speciale televisivo su ciò che stava accadendo veniva seguito con grande interesse. L’autunno Il più gelido che si ricordi. Continuavano le uscite, sempre più scrivanie vuote, al punto che alcune aree venivano chiuse. Il 14°piano completamente vuoto. Fu chiuso. Troppo insistente era la lunga teoria di persone che volevano vedere un piano completamente sgombro. Né scrivanie, né pareti divisorie. Un solo grande locale. Enorme. Con la luce che lo attraversava da parte a parte. Non era più stato così dagli anni 60. Quando il “building” come era affettuosamente chiamato era stato inaugurato. Iniziavano le prime trasferte romane. Sempre più frequenti. Sempre più persone. Inizio ad andare a Roma. Una, due, tre volte la settimana. E l’impegno di tutti immutato. Non un cedimento professionale, non un segnale di stanchezza. Nella loro fredda routine, le riunioni sindacali procedevano incessantemente secondo uno schema di riti e simboli precodificato. Ecco i primi fischi. Ecco apparire i primi striscioni, le prime ore di sciopero con i campanacci a richiamare l’attenzione. Ecco i tentativi di coinvolgere le Istituzioni, che forse a causa del freddo, a parte qualche scarno comunicato, non si lasciarono coinvolgere. Le serate in ufficio si fanno più lunghe. Ogni giorno gli incontri diventano più intensi. Le storie personali affiorano ad una ad una come fiori spazzati dal vento. Intrecci di racconti, di vite. Durante uno sciopero ero dietro ad una finestra a guardare dall’alto la piccola folla che manifestava. Quanti volti, quante storie. I più giovani li avevo assunti io. Ero accanto al direttore generale. Una bella donna, con una lunga esperienza all’estero. Ricordo che quel giorno era vestita di celeste. Ne rammento lo sguardo triste. Inverno e qualche mese in più E’ passato un anno dall’inizio. Ho perso molti colleghi. Effettivamente l’outsourcing si organizzò. Così come la cassa e la mobilità con tutte le loro fredde, ma in qualche modo rassicuranti, routine. Inizio ad essere sempre più presente nella capitale. Continuo a perdere colleghi, amici, compagni di squadra. Molti li accompagno alla porta io stesso. Anche dall’estero mi arrivano laconiche mail di saluto. Quello che sta facendo l’Italia lo stanno facendo tutti. Il Palazzo ha chiuso. I vetri azzurri ora sono solo grigi. Le tende sempre aperte ora sono tirate. La nuova sede ora è nella capitale. E’ stata una vera e propria “rifondazione”, non un semplice trasferimento. La società che ora esiste è completamente diversa e differente da quella che c’era prima. Coloro che hanno gestito la transizione ora sono tutti altrove (d’altronde vale sempre il vecchio detto: chi chiude, non può essere colui che riapre), ma i legami che sono nati sono tutt’ora intatti e producono proficue occasioni di incontro, amicizia, lavoro. L’avvocato generale, lascia. Si riavvicina alla sua famiglia. Il brand manager si iscrive ad un MBA in America e lascia. La sales manager ritorna in Trentino e segue l’imprenditoria familiare che aveva lasciato. Qualcuno accetta qualche esperienza internazionale. La decisone finale è rimandata al rientro. Il giovanissimo talento del finance, lascia. A nulla valgono i pacchetti di retention creati appositamente. Il mio assistente lascia. Il suo ultimo giorno è per entrambi di ricordi e di bilanci. Inizio a guardare nei miei cassetti. Sono stati anni bellissimi. Per tutti. Volti giovani e anziani. Maestri e discepoli. Una scuola di vero management. Il mio capo lascia. Me ne vado pure io. Se si potessero raccogliere i sogni notturni, e gli incubi, che le donne e gli uomini, i più giovani ed i più vecchi hanno fatto durante l’anno che è durato dall’annuncio alla chiusura definitiva, si potrebbe avere materiale per interi anni di studio di una facoltà di psicologia. Mi piace ripensare a quei momenti, e a tutto ciò che ho imparato con una domanda presa in prestito dal Piccolo Principe: "Ma allora che ci guadagni?". "Ci guadagno il colore del grano” Quel colore lo porto sempre con me.
Eugenio Pelitti